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Progetti e costruzioni: di edifici e futuro

Posted on Mar 1, 2015 by in Interviste | 0 comments

Alessandro Agnoli è un laureato in architettura all’Università IUAV di Venezia. Ha preparato e disfatto le valigie alcune volte. Dalla campagna veneta alla penisola araba, ecco il racconto di una serie di esperienze vissute da chi disegna percorsi oltre la carta.

Chi abbiamo qui davanti?

Sono nato e cresciuto a Pontelongo. Sono sempre stato attirato dalle forme dell’arte, la costruzione e il disegno. Il mio percorso formativo mi ha portato a fare il liceo artistico e ad iscrivermi ad architettura, che ho scoperto essere la strada giusta per me. Adesso sono un architetto che però lavora per una casa editrice di Milano in un settore un po’ parallelo: l’editoria di architettura.

 

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Sei anche legato ad un progetto che si chiama “360 grammi”…

Sì, “360 grammi” è un gruppo che ho fondato assieme ad un altro ragazzo, Stefano Pernarella. Lega due figure diverse ma che si intrecciano: la mia attitudine nel campo dell’architettura e verso il mondo della grafica, e la sua competenza nell’editoria e nel teatro. Queste due sfacettature si uniscono e teoricamente danno una visione a 360 “gradi” di quello che dovrebbe essere un prodotto artistico. Insieme abbiamo realizzato prodotti editoriali, abbiamo lavorato per fare immagini coordinate, tutte cose che alla fine venivano stampate: “grammi” perché si concretizzavano sempre nello spessore della carta stampata.

 

“360 grammi” rappresenta una vetrina su cui lavorare per avere dei risultati da investire in altro?

È un progetto che penso di portare avanti indipendentemente dai lavori che farò nella mia vita. “360 grammi” c’è stato quando non c’era questo lavoro a Milano e ci sarà anche quando, non so, tra tre anni sarò dall’altra parte del mondo… Chi lo sa.

 

Sei stato a Dubai per un periodo. Come mai allontanarsi di più di quattromila chilometri per fare un certo tipo di esperienza legato al tuo ambito professionale, quando ci possono essere realtà valide a mille chilometri – o giù di lì – di distanza da dove sei nato, da dove hai studiato…?

I motivi potrebbero essere due: nel momento in cui dovevo decidere dove indirizzare l’esperienza che poi si è concretizzata in Dubai volevo andare molto distante; poi, perché penso che il mondo che si svilupperà da qui a quando noi saremo vecchi non sarà in Italia e nemmeno in Europa. Questo mi ha portato a prendere una decisione moto radicale: andare in un posto dove, secondo me, per ciò che volevo fare io, c’era possibilità d’espressione e di fare qualcosa di molto concreto. Volevo finalmente avvicinarmi al fare architettura in una maniera molto pratica. Avevo bisogno di capire che quello per cui avevo studiato era qualcosa di fattibile, che quando disegnavo qualcosa sulla carta poi c’era qualcuno che in cantiere andava a costruirlo.

 

Perché non l’hai trovato qui? L’hai cercato ma non l’hai trovato o hai pensato che puntare direttamente fuori aumentasse per te le probabilità?

Sapevo già che la persona da cui sarei andato a Dubai aveva questa potenzialità perché sapevo del progetto in cui era coinvolto e mi era stato detto che lavorava nel sito di progetto quindi quello che lui disegnava contemporaneamente veniva riversato in cantiere. L’ho vista come una soluzione moto applicativa. Le altre possibilità che mi si prospettavano erano tirocini in Spagna o in Portogallo, realtà sostanzialmente abbastanza affini alla realtà italiana.

 

Quindi anche centri grossi come Milano o Roma, i primi a cui uno può pensare paragonati con le altre scelte che avevi in campo, non stavano allo stesso livello, non erano comparabili?

Avevo vinto una borsa di studio per svolgere un tirocinio all’estero quindi sarei dovuto andare fuori dall’Italia: tra lo scegliere una soluzione europea o comunque più vicina a casa e lo scegliere una realtà estrema, ho preferito la seconda. Nel momento in cui ho deciso di andare a Dubai mia sorella, appena uscita dalle superiori, ha trascorso otto mesi in Norvegia… E non ad Oslo! Lavorava in un centro norvegese grosso ma, come grandezza, paragonabile a Piove di Sacco. Mi son detto: “Se lei a 18 anni è andata a lavorare in un posto del genere, io perché non posso andare a Dubai?”.

 

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Lì di cosa ti occupavi? Che progetto hai visto concretizzarsi?

Lavoravo nel sito di progetto in una zona che si chiama Dubailand, che, inizialmente, nella pianificazione di Dubai, doveva diventare una sorta di Disneyland. Poi non lo è diventata. Dubai cuce e scuce molto velocemente e anche questa è una cosa che mi piace, il fatto che i cambiamenti sono molto veloci. Emanuele Mattutini, l’architetto per cui lavoravo, aveva uno studio all’interno della tenuta di un personaggio molto influente che lì aveva un appezzamento di terra e voleva dare un corpo urbano alla sua tenuta tropicale. Il team multiculturale composto da questo architetto italiano, due ragazze architetto spagnole, due ragazzi filippini e da me, ha contribuito alla costruzione del progetto che comprendeva la costruzione di un albergo 5 stelle, una spa centro benessere e delle residenze di lusso. Nel momento in cui stavamo disegnando il progetto c’erano gli operai in cantiere che stavano facendo gli scavi di fondazione. Ho visto l’inizio di quello che stavamo progettando.

 

Cosa ti ha colpito di più dell’ambiente lavorativo a Dubai?

C’è molta fame di nuove voci, di persone che diano delle risposte a quello che loro vorrebbero fare del territorio, che vorrebbero creare. C’è la possibilità per un giovane di crescere molto velocemente.

 

In che periodo sei stato a Dubai?

Da aprile ad agosto 2012.

 

Per noi è un posto molto lontano e corrisponde anche a degli stereotipi. La quotidianità della città com’è? Risponde a certe caratteristiche esagerate?

No, non risponde a queste caratteristiche esagerate anche se alcuni degli stereotipi che abbiamo non sono così sbagliati. La vita a Dubai è poi molto più normale di quella che ci si potrebbe immaginare. È una metropoli come ce ne sono molte altre.

 

Quanto è occidentale questa città araba?

Tra le città arabe Dubai è la più occidentale. Ho avuto modo di vedere anche gli altri emirati perché ho girato nei weekend liberi. Dubai è una città molto occidentale in cui coesistono i fondamenti della cultura araba che sostanzialmente risiedono nella religione. Però, anche in questo caso, abbiamo in mente molti stereotipi: le donne non hanno la posizione marginale e costretta che ci si immagina, le donne a Dubai sono anche imprenditrici che viaggiano su certe auto! A volte sono anche senza il velo, alcune prendono il sole svestite. Però tutti i fondamenti della religione araba ci sono, quindi il mese del ramadam durante il quale non si può mangiare fino al tramonto… Questa regola vale anche per tutti gli occidentali. Io lavoravo lì nel periodo del ramadam per cui l’ho potuto testare…

 

Hai seguito le regole del ramadam, anche all’interno dell’ambiente lavorativo?

Si. Questo è a discrezione del datore del lavoro. Io andavo a bere in bagno, non potevo masticare chewing-gum… E non pranzavo al lavoro.

 

Costa di più un litro d’acqua o uno di benzina?

Un litro d’acqua. Un altro mito da sfatare su Dubai è il fatto che sia così ricca perché c’è il petrolio. È ricca perché sono stati fatti degli investimenti curati. A Dubai girano molti soldi perchè vi sono multinazionali che la usano come interfaccia tra oriente e occidente, per il fatto che è una città che ha saputo investire moltissimo sul turismo. Dubai vive di questo, non di petrolio.

 

Al supermercato cosa trovavi? Di cosa abbondavano gli scaffali?

A Dubai ci sono i Carrefour, come potremmo trovarli in Inghilterra o in Francia o in Italia… Con l’aggiunta di qualche scaffale di cibi arabi. La differenza sostanziale tra i nostri supermercati e i loro è che alcune cose non ci sono: l’alcool è illegale quindi non esiste nessuna cosa che lo contenga, nemmeno la birra, per intenderci.

 

Non ci sono rivendite autorizzate?

Il consumo di alcool è permesso ai non musulmani in ore serali sotto forma di cocktail al bar. Per un occidentale è possibile acquistare dell’alcool sotto forma di bottiglia solamente sotto possesso di una drinking licence che viene rilasciata al datore di lavoro: chi ti ha assunto ti fa da sponsor per il tuo periodo di permanenza e ti concede di poter acquistare delle bottiglie di alcool in centri appositi.

 

A che cibo ti sei dovuto abituare?

La cucina è molto internazionale. Io, poi, non sono particolarmente legato alla cucina italiana. La cosa bella di Dubai – che però è presente molto anche all’estero, ho visto, per esempio anche a Londra – è il delivery at home: ti vengono portati tutti i flyer dei ristoranti della zona, arrivi a casa e invece che fare la spesa è molto più conveniente guardare qualcosa nei 500 listini e ogni sera provare un tipo di cucina diversa. Ho assaggiato la cucina indiana, filippina, libanese, il sushi, la cucina cinese, quella vietnamita, quella thai… Una vera e propria cucina degli emirati non esiste.

 

Torni a casa e non ti dimentichi di questa città perché ci fai anche una tesi…

Il tema mi è venuto in mente anche per via del posto in cui vivevo a Dubai che era un quartiere che nella pianificazione della città era stato pensato per ospitare la fascia più povera della popolazione ossia per contenere le residenze dei lavoratori, l’indotto che serviva per costruire Dubai. Vivevo con indiani, filippini, pakistani, bengalesi, lavoratori che venivano soprattutto dall’est asiatico. Questa realtà è molto più sana di quanto si possa immaginare, è un quartiere molto sicuro nonostante sia abitato da gente molto povera. L’idea per la tesi mi è venuta nel momento in cui ho visto che accanto a dei veri e propri container – le residenze dei lavoratori poverissimi – c’era un mercato molto ricco, quello delle gallerie d’arte, altra fonte di sostentamento molto importante per la città. Dubai è il centro artistico di tutto il medio oriente. Quindi: lavoratori che guadagnano 150 euro al mese e collezionisti d’arte. Un contrasto estremo. Sono allora andato a capire il perché di questo fenomeno: si sviluppava sostanzialmente perché le prime gallerie d’arte sfruttavano gli affitti molto economici di questa zona per insediarsi all’interno di capannoni industriali, atelier per le esposizioni di opere, magari di installazioni molto grandi che avevano bisogno di un certo spazio, spazio che a Dubai costa molto. Hanno quindi cominciato a sorgere qui, ad Al Quoz, e il risultato è che in una decina d’anni si sono sviluppate una cinquantina di gallerie d’arte all’interno di un quartiere non poi così esteso. Qui si svolge anche Art Dubai, la manifestazione artistica più grande del medio oriente, assimilabile come importanza alla Biennale di Venezia. Questo mi ha incuriosito. Ho cercato di raccontare Dubai agli occidentali, di darne una visione sfatando prima tutti i miti, gli stereotipi, i pregiudizi e cercando poi di raccontare effettivamente com’è la Dubai metropolitana, arrivando alla domanda su quale saranno le sue possibili evoluzioni. La risposta l’ho trovata proprio all’interno di questo quartiere, pensando che la vocazione artistica per una volta potesse aiutare quella molto popolare dell’area.

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Mentre eri studente d’architettura non ti sei concentrato solo su quel percorso ma hai spaziato. Hai lavorato e lavori anche nel campo della grafica, sei giornalista pubblicista: come mai senti la necessità di avere dei profili così variegati?

Dovevo pagarmi l’università. Non avendo ancora le competenze e le conoscenze per poter lavorare nel campo dell’architettura, ho iniziato in un campo molto parallelo, nel quale avevo studiato: quello della grafica. Ho avuto la fortuna di lavorare nel piovese con una casa editrice che all’epoca faceva riviste per l’edicola.

 

Sei nato e cresciuto qui. “Cresciuto” relativamente: hai frequentato le superiori a Padova, poi hai studiato a Venezia… Questo posto era solo un punto di partenza – da qui prendevi la littorina e te ne andavi là – o hai avuto modo di approfondire, fare qualcos’altro qui?

Penso che le origini siano sempre importanti. Io, però, fin da quando ero piccolo avevo la percezione che non sarei rimasto qui. Leggevo moltissimo, tantissimi fumetti, ero già appassionato della cultura giapponese, pensavo che sarei andato via…

 

Questi posti li hai visti prima dal finestrino dell’autobus poi dai finestroni della littorina, però…

… Però l’infanzia è una parte importante. Eravamo sempre fuori, giocavamo con gli altri bambini… A Dubai, mentre prendevo l’ascensore, vedendo i ragazzini pensavo a come potesse nascere un bambino lì e questa cosa mi ha aiutato a far la tesi. Pensavo a quando io ero piccolo: un’infanzia molto vivibile all’interno di una realtà di paese. Mia nonna è di Vallonga, io giocavo con le barbabietole veramente, lei le coltivava. In mezzo ai campi, con le galline, i miei cugini… Una realtà fortemente di campagna, una situazione ideale, nella natura, positiva. Quando vedevo i bambini indiani delle famiglie povere a Dubai provavo a capire come potevano studiare, come potevano giocare.

 

Questo è un punto di partenza: sarà anche un punto di ritorno?

Penso più un punto di partenza che un punto di ritorno.

 

Perché pensi che ci sia di meglio fuori o perché non vedi prospettive qui? È la reazione del prendere ciò che di positivo stai vedendo fuori o del rigettare ciò che di meno positivo cogli qui?

Non è una presa di posizione contro il territorio, contro Pontelongo, Vallonga, il piovese o Padova. È una considerazione sull’Europa, forse. Molto più ampia. Se la vita lavorativa mi riporterà a Pontelongo potrei anche tornare. Soprattutto quando si è giovani la propensione al viaggio, allo spostamento, all’adattamento alle situazioni magari c’è di più…

 

Non è così scontata. Carattere, atteggiamento, propensioni, esperienze pregresse ti portano ad essere aperto e volenteroso di conoscere anche qualcosa che va più in là rispetto a ciò che hai conosciuto fino a quel momento. Non è così indubbio che si voglia ricercare qualche cosa al di fuori del contesto nel quale si è stati abituati.

Ogni inclinazione è corretta. Ho degli amici che vivono qui a Piove di Sacco, che sono molto radicati qui, che ci rimarranno sicuramente tutta la vita e secondo me non sbagliano. Non condivido magari chi sta qui e si lamenta della provincialità o della mancanza di lavoro e non si guarda fuori: quella – come dire – è passività. Chi rimane qui perché qui è nato e ha le proprie radici e sta bene nel contesto in cui vive è giusto che rimanga. Mia sorella, ad esempio, in questo contesto non ci vuole stare: adesso è a Londra e probabilmente si sposterà ancora. Ha vent’anni e son sicuro che non tornerà più a Piove di Sacco, ad Arzergrande… Come dicevamo, sono attitudini. Io ne faccio più una questione lavorativa, quindi se in questo momento il lavoro mi porta a star fuori, starò fuori; nel momento in cui il lavoro mi darà la possibilità di star qui, starò qui. Penso sia importante sottolineare questa cosa: bisogna seguire le proprie inclinazioni, fare quello che ci si sente.

 

Magari ci si scontra con la questione economica…

Volere è potere. Se una cosa la vuoi veramente, la fai. Forse anch’io se avessi cercato veramente fino in fondo, se veramente avessi voluto stare solo qui avrei trovato lavoro qui…

 

Avresti anche utilizzato più e meglio le tue energie per arrivare effettivamente a quel risultato.

Esatto.

 

 

NOTA: Abbiamo incontrato Alessandro diverso tempo fa. Nel frattempo qualcosa è cambiato e qualcun altro si è nuovamente spostato.

Ora Alessandro sta gestendo con Stefano il ramo dell’azienda che si occupa di una rivista del settore “giochi”. Ne sono i coordinatori editoriali.
La sorella di Alessandro si è trasferita a Parigi perché ha ricevuto un’offerta di lavoro molto allettante in un ristorante stellato.

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